Sii un altro

L’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi era piuttosto divertente. Si apriva con un impietoso elenco delle cadute di stile più varie all’interno della maggioranza, da Baget Bozzo in giù. Poi ipotizzava un possibile rimedio: ricorrere all’atteggiamento politico proprio della sinistra di governo, il linguaggio dell’"affidabilit&agrave ;", le serie dissertazioni sulla conduzione del paese, eccetera. Ma lo scartava, perché portatore di falsità e ipocrisia. E quindi consegnava alla "divina follia" di Berlusconi (un "matto") e dei suoi il merito della sincerità. Fanno cose disdicevoli e imbarazzanti, ma concludono anche delle cose concrete (il breve elenco non era molto convincente, a dir la verità), e soprattutto, sono veri. Non come quei falsi dell’opposizione.

Adesso, contestare il carico di tromboneria e ipocrisia che circola a sinistra, da chi si dice riformista a chi si dice girotondino, non è un impegno cui saprei fare fronte. Ma la pretesa che l’essere "veri" sia un valore indipendente dal merito di questa verità, l’ho sempre trovata una fesseria. Come quelli che ti dicono "sii te stesso": un accidente, e se sei uno stronzo? Essere se stessi è un alibi alle peggiori pigre debolezze, ai più stupidi difetti. Se uno è pirla, il meno che può fare e cercare di non darlo a vedere, altro che sincerità. Se poi fa anche uno sforzo per essere meno pirla, meglio ancora.

Sii un altro.

Non so se vi ricordate Diane Keaton in Manhattan: prima di innamorarsene (l’amore è cieco, come si sa) Woody allen non la sopporta e la sfotte, in particolare per quella sua tendenza ad autogiustificarsi: "Io sono di Philadelphia, io dico quello che penso".

Dire quello che si pensa, non è necessario sempre. Si può anche fare a meno.

Sii un altroultima modifica: 2004-02-09T18:52:18+00:00da luca.sofri
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19 pensieri su “Sii un altro

  1. E poi, osservazione vecchia ma sempre valida, aggiungo che non bisogna dire ciò che si pensa ma pensare ciò che si dice. Comunque io sono un dietrologo inguaribile e credo che dietro l’elogio della spontaneità, della verità come valore assoluto ci sia il riuscito tentativo di demolire la riflessione, il dubbio, la sfumatura, il distinguo. Cioè di quanto più pericoloso per i sistemi autoritari (duri o morbidi che siano).

  2. Io questa cosa dell’essere se stessi considerato ormai un valore in sé la volevo scrivere da anni, para para (e se sei uno stronzo? appunto). Però riferita al Grande Fratello, che prendevo come cartina di tornasole. Invece potevo mirare più alto, vedi un po’.

  3. Affermo anch’io il diritto a scegliersi altri personaggi, altri destini. Cosa sono questi vincoli, questo feticismo di se stessi? Siamo noi, ma anche altri contemporaneame nte. E tutti legati. Come quando, in aereo, per tranquillizzart i il fatalista ti dice: “Non preoccuparti, tanto, se non è la tua ora…” Già. Ma se è l’ora del plota, per dire?

  4. L’ostentazione orgogliosa del proprio “essere se stesso” mi pare sia un difetto tipicamente femminile: “Io sono fatta così!! Quello che penso lo dico, sono una persona sincera”. Col cavolo. Specialmente sul lavoro un po’ di sana diplomazia britannica farebbe molto bene.

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