28/06/2004

Sartori e Scalfari

Sulle incomprensioni e divisioni della sinistra, avrei consigliato il commento di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Sartori spiegava come, per quel che se ne può capire, il Correntone dei DS abbia una forza numerica tale da rendere più forte l'area complessiva della sinistra radicale che non il partito dei DS, assai diviso.

Ma sulle incomprensioni e divisioni della sinistra a questo punto consiglio il carteggio odierno tra Sartori ed Eugenio Scalfari (online solo per gli abbonati, cercate il giornale di carta), che aveva risposto polemicamente al suddetto commento di Sartori accusandolo di remare contro il successo della sinistra unitaria con un minaccioso "da che parte stai?".

Oggi Sartori scrive a Scalfari e gli spiega che la forza della sinistra radicale e la sua capacità di ricattare la sinistra riformista sono un suo timore, non un suo auspicio. Che l'inesistenza di una sinistra unita è una sua preoccupazione, non una sua soddisfazione. Scalfari, in un'ulteriore breve risposta, mostra di non capire che il timore di Sartori non è che un Centrosinistra così composto non possa vincere, ma è che cosa diventi una volta che abbia vinto, e da quali pressioni sia governato.

Sulle incomprensioni e divisioni della sinistra, bisogna frequentare Sartori e Scalfari.

25/06/2004

Evoluzioni, convoluzioni, involuzioni

L'impressione di qualcosa di sovietico nell'intervista di Repubblica a Giuliano Amato, ieri, non era evidente solo mia. Anche se nell'editoriale del Foglio di oggi ci si riferisce ad altro. Per completezza di copertura dell'argomento, eccolo qui:

L’autodafé di Amato
Autocritica in stile sovietico per lesa maestà verso il leader Prodi
Sabato scorso, alla riunione della fondazione Rodolfo De Benedetti a Lecce, Giuliano Amato ha ricevuto una bella lavata di capo dall’editore di Repubblica per aver espresso, nell’imminenza delle elezioni europee le sue riserve sulla mozione dell’opposizione per il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq. A stretto giro di posta, sulla Repubblica di ieri, è apparsa una lunga intervista in cui il “reprobo” si copriva il capo di cenere. Nella sua penosa autocritica, Amato non rettifica il proprio giudizio, sostiene anzi che la sua intenzione, quella di “rassicurare una parte del nostro elettorato” ha ottenuto “riscontri positivi”. Si confessa però colpevole di un reato più grave: la lesa maestà nei confronti di Romano Prodi, al quale, a quel che pare, debbono essere sottoposte preventivamente le opinioni dei leader dell’Ulivo. Più o meno come fece, peraltro inutilmente, Giordano Bruno di fronte all’Inquisizione, Amato accetta tutte le critiche all’indisciplina e alla mancata sottomissione, promette che non dirà mai più nulla senza previa autorizzazione, pur di non pronunciare l’abiura sul merito del suo dissenso sul ritiro delle truppe. Detta anche una linea di comportamento che non sarebbe dispiaciuta al Comintern: non si deve esprimere dissenso in pubblico, non si può discutere di temi che mettano in discussione la leadership anche indirettamente, ed è vietato occuparsi dell’evoluzione della lista unitaria, cioè della struttura politica dell’alleanza di centrosinistra. Tutte queste questioni competono a Prodi (o forse a Carlo De Benedetti), quindi è inutile, anzi autolesionistico, occuparsene. Esclusa la politica, resta la sociologia, le questioni concrete che riguardano la vita degli italiani”, e qui Amato scopre che “non è riducendo l’Irpef che si trovano le chiavi per il futuro”. Gli italiani, insomma, non vogliono riduzioni di tasse, ma aspirano ad essere governati da “un modulo aperto, con identità multiple che convergono in modo non centralizzato nè gerarchizzato”. Cosa si deve mai dire per salvarsi dalla santa Inquisizione.

24/06/2004

Generazione di fenomeni

Non so se Giuliano Amato legga Quattroeunquarto, ma in ogni caso non credo si riferisca a noialtri qui, quando a Massimo Giannini di Repubblica dice:

"C'è una seconda cosa che non dobbiamo più fare. Cioè inventare temi di discussione il cui unico effetto è quello di creare dilemmi che sono senza senso, o velenosamente allusivi (...) Per esempio il tema del ringiovanimento della nostra classe dirigente. È di tutta evidenza che abbiamo bisogno di un numero crescente di giovani tra i nostri dirigenti. Anche perché le resistenze passatiste delle identità partitiche che vogliamo far convergere è direttamente proporzionale all'età di quelli di noi che le rappresentano. Ma parliamoci chiaro: si vuol dire solo questo o si vuole lanciare un leader più giovane di Prodi? Non diciamo sciocchezze. E per favore, non citiamo a vanvera l'esempio americano: gli Usa hanno schierato Kennedy quando aveva 40 anni, ma anche Reagan quando ne aveva 70. E hanno candidato prima Bush padre e poi anche Bush figlio".

Bene, a parte che il periodo "le resistenze passatiste delle identità partitiche che vogliamo far convergere è direttamente proporzionale all'età di quelli di noi che le rappresentano" la dice lunga sul come mai sia difficile avvicinare i giovani alla politica. E a parte che la condiscendenza di uno della sua generazione sul fatto che la classe dirigente andrebbe ringiovanita, unita a un "ma non inventiamo temi di discussione senza senso", suona piuttosto intimidatoria e sovietica. E a parte che non capisco cosa significhi l'esempio di Bush padre e figlio (la soluzione al problema generazionale verrà da un giovane Prodi? O vuole suonare minaccioso alludendo a una discesa in campo di Piersilvio?). Ma il risultato della sua confutazione dell'"esempio americano", suona almeno per me opposto alle intenzioni: un giovane presidente su cui il giudizio della storia è - tra luci e ombre - largamente positivo, e tre meno giovani su cui - tra luci e ombre - è quantomeno controverso (tra l'altro, nel caso di maggiori luci - Reagan - le ombre hanno molto a che fare proprio con la sua età).