Da dove

Provo a riassumere una discussione di questi giorni, cercando di fare attenzione perché alcuni dei testi più interessanti non sono online (vengono da Repubblica).

La questione non è nuova, e in molti ce l’abbiamo in testa da tempo. Ma il dibattito l’ha aperto approfonditamente Francesco Merlo su Repubblica, sostenendo che i nuovi brigatisti non hanno niente a che fare – antropologicamente e socialmente – con i vecchi. Che si tratta di frutti disgraziati e falliti di questi tempi che hanno incanalato il proprio fallimento verso la follia del terrorismo assassino. Verso la stupidità, privi di qualsivoglia ancora con la realtà, con un pensiero, per quanto intollerabile.

Il pezzo era interessante: mi mescolo ai più seri opinionisti che sono intervenuti per dire che il giorno prima ne avevo parlato con degli amici giornalisti. Il parere che avevo espresso somigliava a quello di Merlo, con qualche dubbio in più. Io credo che qualsiasi situazione in cui si manifesti un aggressivo fronteggiarsi – qualsiasi siano le storie e le ragioni da cui nasce – e un acceso combattimento dialettico, partorisca una quota di teste di cazzo che sparano. Questo vale per le partite di calcio – e non significa mettere sullo stesso piano famigliole da gradinata e ultras teppisti – come per i movimenti antimondializzazione – e non significa mettere sullo stesso piano eccetera. Mi pare un dato statistico, una percentuale. Più vasto il seguito di una contesa, più alto il numero – minima percentuale – di quelli che pensano di risolverla con le cattive.

Lo so, è una semplificazione: naturalmente ci sono sfumature e ulteriori considerazioni che si devono usare per raffinare la semplificazione. Ma per me significava spiegare – ai miei amici di diversa opinione – che non è così "strano" che nel 2003 ci siano dei terroristi in Italia, in assenza di tutta quella storia che spiega storicamente i terroristi degli anni Settanta. Non c’è bisogno della storia, basta la quantità. E lo scontro sulla globalizzazione è da alcuni anni quantitativamente rilevante.

Comunque, veniamo ai pareri più dotti. Sul Foglio Giuliano Ferrara (in pdf) ha garbatamente obiettato alla tesi di Merlo. Garbatamente – gli è debitore di un pezzo di lodi a danno di Tabucchi, due settimane fa sulla prima pagina di Repubblica, che ha agitato parecchi lettori – ma fermamente. Beh, si è anche azzardato ad alludere al fatto che la residenza parigina di Merlo gli abbia fatto perdere di vista come funziona l’Italia.

Ma soprattutto, oggi su Repubblica Carlo Bonini intervista Sergio Segio, ex di Prima Linea, su questo tema. Allora, intanto difendo preventivamente Segio da tutti quelli che sbotteranno tromboni sui soliti microfoni concessi agli ex terroristi. Intanto perché i microfoni in Italia si concedono a chiunque, e non si vede perché non debba essere ascoltato un cittadino che oggi gode dei diritti di tutti, ed ha competenze su ciò di cui si parla (certo, a volte si leggono interviste a ex terroristi prive di qualsiasi interesse: ma non è questo il caso). E poi perché Sergio Segio è una persona non stupida, che da molti anni cerca proficuamente di comprendere ed elaborare quel che fu e quel che è, lavorando con il volontariato e vicino ai movimenti.

Segio la pensa in maniera opposta a Merlo. Usa molti paragoni con gli anni Settanta, e mostra di credere che ci siano molte similitudini. Dice che i nuovi brigatisti sono la depravazione estrema di un’ala del movimento tollerante nei confronti di slogan e pensieri violenti e aggressivi. Dice che sostenre – come fa Casarini – che il movimento è puro, è sbagliato e controproducente. Bisogna ammettere l’esistenza delle sue depravazioni, e combatterle. Bisogna perseguire ogni indulgenza anche verbale nei confronti della violenza (di recente aveva fatto discutere, a ragione, il nome "Lo sbirro morto" adottato per una trattoria di un centro sociale veneto, mi pare).

In parte quello che dice Segio mi sembra somigli ai miei pensieri, e in parte no. Ma è in grado di capire più cose di me e di Merlo.

P.s. in assenza dei documenti citati, incollo qui una risposta di Segio – arrivatami tramite una mailing list – a Piero bernocchi che aveva evidentemente contestato la sua intervista.


A proposito del comunicato del portavoce (a vita) dei Cobas, Piero Bernocchi
(vedi Ansa 29-OTT-03 16:35)

Nel suo livido comunicato Bernocchi dice solo una cosa giusta: che il brigatismo ha inferto danni catastrofici ai movimenti e ai lavoratori (e, aggiungerei, alla società tutta). Anch’io ho fatto la mia parte nel produrre questi danni, con l’organizzazione armata Prima Linea di cui ho fatto parte. È successo 25 anni fa. A differenza di quanto è avvenuto per le BR, nel 1983 abbiamo collettivamente e pubblicamente sciolto PL. Io e l’intera Prima Linea ci siamo assunti la responsabilità umana e politica dei danni prodotti. In carcere abbiamo promosso e prodotto un lungo processo di rivisitazione critica dell’esperienza armata. Nelle carceri speciali abbiamo politicamente combattuto sia il continuismo armato delle BR sia il cannibalismo dei pentiti. Ne abbiamo pagato lo scotto: con le campagne di falsificazione e calunnia, nonché di aggressione fisica da parte dei brigatisti, che riverberano sino a oggi, e con la concreta avversione dei magistrati dell’emergenza antiterrorismo, che cercavano di promuovere il pentitismo.
Abbiamo scontato lunghe pene. Io ho terminato la mia poche settimane fa. Nell’intervista a Repubblica che Bernocchi mi contesta, parlavo dei danni che oggi il brigatismo produce, sempre e ancora nei confronti dei movimenti, dei lavoratori e della società tutta. E dell’assenza di memoria e della pervicace miopia che lo rende possibile. E indicavo dunque la necessità di contrastare politicamente l’opzione delle armi e la proposta brigatista. Proposta che non è venuta meno, come sanguinosamente e tragicamente si è dimostrato in questi anni.
Contrastare politicamente vuol dire non chiudere tartufescamente gli occhi di fronte alla realtà e non abdicare all’intelligenza critica. Vuol dire anche e per primo non mistificare l’identità delle BR. Che non sono “comunisti su Marte” né esseri alieni, né tanto meno sono fascisti, come qualcuno vorrebbe, oggi come ieri, per allontanare da sé il sospetto di contiguità e il problema che le BR pongono. Anzi impongono al movimento. Ovverossia la strategia della lotta armata come “linea giusta”. Le BR si muovono, oggi come allora, in una logica di partito che vuole prevaricare e imporsi nei confronti dei movimenti, tentando di arruolarne singoli militanti. Questi movimenti sono visti dalle BR come avversario politico. Di più: sono disprezzati e non conosciuti nella loro essenza sociale e politica. Esattamente com’è stato per il movimento del 77, considerato dai brigatisti ribellismo piccolo-borghese privo di progetto ma ampiamente utilizzato e parassitato come base di reclutamento. E ovviamente per reclutare bisogna frequentare. Per reclutarne singoli militanti bisogna puntare sulla sconfitta del movimento.
Che le BR appartengano all’album di famiglia della sinistra lo scrisse tanti anni fa Rossana Rossanda, riscuotendo da parte di molti pezzi ed esponenti della sinistra di allora sdegno e invettive. Vedo che oggi, nel mio piccolo, succede esattamente lo stesso, e che dunque il nervo è sempre scoperto e l’ipocrisia sempre imperante.
Per contrastare le BR occorre riconoscere la loro identità, che è quella di militanti comunisti. Che una volta spesso avevano in tasca una tessera del PCI o del sindacato e che oggi, fatte le debite proporzioni di numeri e di contesti, hanno quella del sindacalismo di base e della FIOM, come nel caso di 3 su 6 degli ultimi arrestati. Naturalmente, le accuse sono tutte da dimostrare e riscontrare giudiziariamente. Però, Roberto Morandi, che si è già dichiarato militante delle BR-PCC, era aderente ai Cobas (cfr. il Manifesto 25 ottobre).
Questo è un fatto. Un fatto che non significa nulla di più e di diverso di quello che ho dichiarato: le biografie dei militanti BR non sono esterne ai percorsi e alle lotte del movimento e del sindacalismo. Non significa certo che i Cobas siano compiacenti o contigui alle BR. Sarebbe una enorme stupidaggine, che non ho mai detto né pensato. Così come è un fatto che Galesi e altri gravitavano e militavano in un centro sociale romano e nelle lotte per la casa e contro il precariato. Il che mi pare meritorio, se però non è strumentale all’arruolamento nelle organizzazioni armate. Il che non significa che i centri sociali siano compiacenti o contigui con le BR: sarebbe un’altra stupidaggine che non ho mai detto né pensato. Ho detto, e lo ripeto, e lo dimostrano questi fatti citati, che le BR sono interne ai luoghi e al dibattito del movimento.
Proprio per evitare equivoci generalizzanti e appigli criminalizzanti, ho utilizzato un termine che non mi piace, parlando di infiltrazione nel sindacalismo di base.
Io, invece – posso rassicurare Bernocchi, che incautamente e falsamente lo scrive – non mi sono mai infiltrato da nessuna parte. Prima della lotta armata, ho militato nei movimenti studenteschi e in Lotta Continua. A viso aperto, senza nascondermi dietro alle parole né alle persone. Esattamente come ho fatto ora con l’intervista a Repubblica.
Ai fatti Bernocchi reagisce con l’insulto. Questo fa parte del suo stile. Ma i fatti non per questo mutano e non per questo viene meno l’esigenza per il movimento di fare una battaglia politica e culturale al proprio interno per togliere spazio all’opzione armata, la quale – essa sì, non certo le mie parole – è pretesto per la criminalizzazione e per le campagne di Libero.
Negare questi fatti significa non contrastare politicamente l’opzione brigatista, come Bernocchi assume di fare dagli anni 70.
Quella battaglia, che però non è solo contro le BR ma, più radicalmente, contro la cultura e la pratica della violenza politica che della proposta BR costituisce la legittimazione teorica e politica (e su questo non si può continuare a fare gli ipocriti), mi pare invece e appunto necessaria per sgravare il conflitto sociale e i movimenti, le giuste lotte per la casa e quelle contro il lavoro interinale, proprio dalle ansie criminalizzatrici, così come dal parassitismo arruolatore. Certo, qualcuno ben più interno di me ai movimenti dovrebbe assumersi il coraggio e la lungimiranza di farla. Ma farla per davvero.
Per ultimo, viene da sorridere all’accusa di ultra-protagonismo che mi rivolge Bernocchi: detto da un portavoce a vita somiglia proprio alla favola del bue che dice cornuto all’asino.

Sergio Segio
29 ottobre 2003

Da doveultima modifica: 2003-10-29T21:45:47+01:00da luca.sofri
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Un pensiero su “Da dove

  1. Ha ragione Polo:
    niente doppiezze,
    niente ali clandestine.
    Ci vuole forza per accettare gl’eretici e riconoscere gli sbagli e gl’abbagli anche al proprio interno.
    “Compagni che sbagliano” non regge più.
    Mi viene in mente la lezione più bella di dissenso interno e radicale: quella di Mario Tronti che da dentro al PCI tentò alla luce del sole di portarlo su posizioni più radicali e “operaiste” – a esser precisi filologicamente composizioniste .
    Quando s’accorse che “Classe Operaia” si sarebbe ridotta a un gruppo di pur validissimi e genrosi intellettuali che però non spostavano d’una virgola l’asse politica del Partito Comunista -tanto che alla morte di Togliatti nel ’64 vinse la destra del partito con Amendola, lasciando in minoranza Ingrao – Tronti chiuse l’esperienza di “Classe Operaia”.
    Scrisse “Operai e capitale” -rarissimo esempio d’un classico del marxismo non palloso e stilisticamente avvinecente- e non fondò nessun gruppuscolo armato. E il PCI lo radiò.
    La soluzione non sarà l’entrismo [nelle istituzioni, nei partiti, nei sindacati ufficiali] a tutti i costi ma arrendersi alla doppiezza sarebbe il suo errore opposto.
    Filosoficamente potrebbe anch’essere “coincidentia oppositorum”: in politica si chiama farsa.
    E siccome sarebbe la seconda volta, Marx avrebbe ragione a dire che la prima è stata una tragedia.

    strelnik

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