Aggiornamenti

Metto insieme alcune integrazioni a cose di cui ho scritto qui nei giorni scorsi, a proposito di sviluppi successivi.

Primo: Ian Duncan Smith. Nei giorni successivi all’uscita dell’Economist che chiedeva con argomenti e certezze l’allontanamento di Ian Duncan Smith dal posto di leader del partito conservatore inglese, la stessa richiesta è stata avanzata con forza da molti autorevoli membri del partito e la questione è arrivata rapidamente al pettine. Ne hanno scritto anche i giornali italiani. Dopo aver minacciato resistenza strenua, ieri IDS si è dimeso sotto la minaccia di scandali economici che avrebbero coinvolto anche sua moglie. Ora c’è un gran caos sulla successione. È divertente che il tema circolante nella destra britannica oggi sia "ci vuole un Tony Blair", simmetrico a quello che è circolato per un po’ – ora pare superato, grazia al cielo – nella sinistra italiana.

Secondo: sulla storia del crocefisso volano ancora stormi di fesserie, soprattutto sui giornali di destra. Ma oggi c’era un saggio pezzo di Michele Serra su Repubblica, che si sovrapponeva in parte a due bei commenti di Giuliano Ferrara sul Foglio, soprattutto nel distinguere il significato culturale del crocefisso da quello confessionale. Io trovo che su questa vicenda Ferrara sia stato bravissimo: ha difeso il giudice Montanaro e la assoluta legittimità della sua sentenza e dei suoi motivi. Ha posto la questione nei termini complessi in cui è: quelli del rapporto delle nostre persone e della nostra cultura con la religione e con la cultura religiosa. Ha proposto che si rifletta e si ragioni su questo, indicando qual è l’abbozzo della sua opinione – aperta al dubbio – ma elencando e comprendendo le ragioni dei pensieri diversi. Un vero – e raro – atteggiamento laico, che si contrappone agli eccessi sbracati della stampa filogovernativa e a quelli di parte della stampa dell’opposizione (Ferrara oggi salva il Papa e Bertinotti, tra gli intervenuti).

Oggi poi, il Foglio pubblica la sentenza del giudice Montanaro, da cui si capisce quanto questi abbia riflettuto e si sia documentato sulle ragioni delle opposte tesi a proposito del crocefisso. Io ho trovato alcuni passi logicamente non del tutto convincenti, ma in un contesto evidentemente privo di pregiudizio e aperto alla comprensione della questione. Il commento di Ferrara alla sentenza (stessa pagina) mi è valso ben tre telefonate di complimenti di persone che conosco che avrebbero strangolato Ferrara in altre occasioni e che mi hanno voluto usare come tramite del loro apprezzamento.

Terzo: la discussione sulle origini del brigatismo recente si è invece aggrovigliata, ma le cose spiegate a Repubblica da Sergio Segio hanno fatto discutere. In tre modi, uno solo dei quali interessante: quello di chi le ha prese per quello che significavano. Poi ci sono quelli che le hanno prese con la coda di paglia, come Bernocchi, Casarini e Caruso, e hanno detto delle cose spregevoli all’indirizzo di chi le aveva sostenute, e quelli che le hanno strumentalizzate dall’altra parte per tirare acqua al mulino dell’equazione no global=terroristi. Dando improvvisamente un credito a Sergio Segio che gli avevano negato in casi che non apprezzavano altrettanto: anzi, allora avevano usato gli stessi argomenti dei succitati presunti leader dei no global.

A chi interessa, incollo qui sotto un nuovo messaggio di Sergio Segio che si è impelagato nel voler rispondere anche ai suoi più volgari critici e ora cerca di chiuderla, saggiamente.

Lettera aperta
Di nuovo a proposito di BR e movimenti

Due parole e precisazioni sulle polemiche che hanno seguito la mia intervista a Repubblica del 29 ottobre. Parole per parte mia conclusive, data l’evidente non volontà di discutere e la campagna di aggressioni e insulti di cui sono stato fatto oggetto da parte di rappresentanti di alcuni spezzoni del movimento.

Per fortuna, il movimento è qualcosa di più di un insieme di sigle. Il movimento è molto più ricco, generazionalmente e culturalmente, di quel ceto politico, composto spesso da molti piccoli don Abbondio, che pretende di rappresentarlo in maniera esaustiva e “proprietaria”.

Per la verità, ieri e oggi ho ricevuto pure molte telefonate private di consenso e solidarietà, anche da parte di esponenti politici e sindacali.

L’unica (che a me risulti) dichiarazione a sostegno pubblica è stata quella del senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, che ringrazio altrettanto pubblicamente. Forse appunto perché unica, non se ne trova traccia sui giornali di oggi, invece omogenei nel riferire gli attacchi violenti che mi sono stati rivolti ieri, ma anche, quasi tutti, nell’omettere le mie repliche (compreso il quotidiano Repubblica, che, secondo Liberazione di oggi, sarebbe addirittura artefice di una «campagna di stampa»).

In tutte le telefonate che ho ricevuto, nessuna esclusa, ricorreva l’aggettivo “coraggioso”. E francamente non capisco perché per esprimere valutazioni politiche, giuste o sbagliate che siano considerate, occorra essere coraggiosi. O, meglio, forse non volevo capirlo ieri ma devo farlo ora, dopo la violenza degli insulti ricevuti e il conformismo delle repliche.

Evidentemente ho detto delle piccole e addirittura ovvie verità che molti pensano e quasi nessuno dice. E che, come tutte le verità, possono fare molto male, ma anche molto bene se, di fronte a esse, non si chiudono gli occhi e la testa.

Vediamole in sintesi.

Ho detto, e ribadisco, che le BR sono dentro e contro il movimento.

1) Che siano dentro lo testimoniano le biografie degli arrestati, interne a sedi e percorsi di lotta del movimento. È una presenza, come ho detto, ultra-minoritaria e isolata, ma è una presenza. Per alcuni di loro vale la presunzione di innocenza, che ovviamente rispetto e affermo. Altri si sono invece rivendicati quali appartenenti alle BR-PCC.

Credo che quelle biografie non possano essere negate, essendo un fatto e non un opinione. Ciò ovviamente non significa, né io mi sono mai sognato di dire o di pensare, che se Morandi era aderente ai Cobas o Galesi e Boccaccini interni a un centro sociale questo significhi che Cobas o centri sociali siano compiacenti o contigui alle BR. In passato, alcuni brigatisti avevano la tessera della CISL o provenivano dalla FGCI ma nessuno si è mai azzardato a dire che CISL o FGCI fossero compiacenti con BR. Proprio per evitare equivoci generalizzanti e appigli criminalizzanti, ho utilizzato un termine che non mi piace, parlando di infiltrazione. Peraltro, che quelli del movimento e del mondo del lavoro siano gli ambiti dei tentativi di reclutamento brigatista è una ovvietà certo non nuova, come rimarca Bruno Trentin in un’intervista a Repubblica di oggi.

Però negare quelle biografie significa fare un torto all’identità politica dei brigatisti e contemporaneamente rinunciare a contrastarli politicamente. Le BR non sono “comunisti su Marte” né esseri alieni, né tanto meno sono fascisti, come qualcuno vorrebbe, oggi come ieri. Le BR si muovono, oggi come allora, in una logica di partito che vuole prevaricare e imporsi nei confronti dei movimenti, tentando di arruolarne singoli militanti. Ieri e oggi le BR sono il partito della crisi del movimento, che viene dunque favorita e auspicata per parassitarne gli attivisti.

Le BR, insomma, per quanto allucinate nell’analisi e criminali nella pratica, sono quello che dicono di essere. Riconoscerlo e dirlo è stato un tabù 25 anni fa (solo temporaneamente e meritoriamente infranto da Rossana Rossanda) e, incredibilmente, continua a esserlo oggi.

2) Che le BR siano contro il movimento, i sindacati, le forze politiche della sinistra mi sembra altrettanto evidente, negli effetti e negli intenti. Perché lo sono nella loro pratica e analisi politica, e perché vengono strumentalmente utilizzate per colpire sindacati e sinistra e per criminalizzare l’intero movimento. Anche questo lo si è visto in talune dichiarazioni di ieri e in alcuni articoli di oggi.

E, anche questo, non è un fatto nuovo. Negli anni Settanta, lo scontro più acceso è stato tra la parte armata ed eversiva del movimento e il sindacato, in particolare la CGIL, e il PCI.

La differenza – decisamente rilevante – è che allora l’opzione armata era maggioritaria nel movimento. Oggi, per fortuna, è isolata e infima numericamente. Pure, è presente. E non vederlo e non dirlo serve solo a renderla meno isolata, a facilitarne i propositi di reclutamento.

Non dirlo, da sinistra, per timore di strumentalizzazioni è miope. Perché così facendo si lascia campo aperto alla destra, che oggi tende e talvolta concretamente tenta di criminalizzare il conflitto sociale e sindacale in quanto tale. Il quale, viceversa, è antidoto e barriera nei confronti del terrorismo, così come lo sono i movimenti e le lotte di massa e di piazza. Se si criminalizza il conflitto sociale, se si indeboliscono i movimenti, se si perseguono o equiparano le azioni di semplice disobbedienza e le pratiche radicali ad atti di terrorismo, si rafforza l’opzione armata e si fa un favore alle BR.

· In definitiva, non è politicamente produttivo e intellettualmente onesto dire che le BR sono contro il movimento se non si ammette che sono anche dentro, pur, ripeto, in modo isolato e in numeri risibili. Una mezza verità è, e diventa, anche una mezza bugia. Questa mezza bugia la stanno recitando in troppi. Molti, in malafede.

3) A parte le volgarità e gli insulti, mi è stato rimproverato (da “disobbedienti”, dal portavoce a vita dei Cobas Bernocchi e dal Sin.Cobas) di leggere la realtà e il movimento di oggi con occhi vecchi, di essere rimasto fermo al passato. Questa argomentazione non capisce o finge di non capire che non io ma ben appunto le BR, le loro logiche politico-organizzative e le loro modalità operative, sono rimaste le stesse. E con questo bisogna fare i conti, anche se annoia, me per primo. Cioè tocca affrontare una battaglia politica contro quanto di vecchio e polveroso, pur isolato, resiste e vorrebbe rigenerarsi dentro i luoghi e il dibattito dei movimenti e magari anche dentro le componenti organizzate da loro stessi rappresentate.

L’alternativa, comoda ma autolesionistica, è quella di mettere la testa sotto la sabbia. Ed è quanto le figure più note e rappresentative dei disobbedienti e dei Cobas stanno facendo, preferendo la scorciatoia dell’insulto e dell’anatema. Mi spiace per loro e per le aree che rappresentano.

4) Un’altra stupidaggine che è toccato leggere è che le mie dichiarazioni odierne contro le BR farebbero parte di mie antiche polemiche con quell’organizzazione, la cui identità di sinistra, peraltro, mi tocca ora paradossalmente affermare e “difendere”.

È ovvio a chiunque non sia in malafede che la mia posizione e proposta di dibattito politico e culturale è contro la logica e l’opzione delle armi dentro il conflitto sociale. Siccome oggi, e per fortuna a differenza del passato, solo le BR portano avanti la lotta armata e l’omicidio politico, evidentemente il mio attacco è nei loro confronti.

Per la verità, la mia posizione è ancor più netta. Io credo che vada rifiutata e combattuta la stessa logica e pratica della violenza politica, che sia contro le persone o anche solo contro le cose, perché essa comunque è e diviene legittimazione delle stesse BR e piano inclinato che porta legittimità e può portare militanti alla strategia della lotta armata. Altrettanto decisa è la mia adesione ai contenuti radicali, alle culture di alternativa, alle proposte di un rinnovamento della politica che un movimento mondiale ha portato avanti da Seattle in poi, seppur con molte contraddizioni, errori e limiti.

È ben vero, per fortuna, che parte significativa dei nuovi movimenti ha una cultura e una pratica nonviolenta. È altrettanto vero che tale cultura non riguarda e non è acquisita da tutte le sue componenti.

Sergio Segio

30 ottobre 2003

Aggiornamentiultima modifica: 2003-10-30T22:42:13+01:00da luca.sofri
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4 pensieri su “Aggiornamenti

  1. Io ho il sospetto che Repubblica un commento di quel tenore se lo sia cercato e che l’intervista di Segio, al di là dell’intenzion i dell’autore, abbia solleticato il quotidiano romano nella sua vecchia abitudine di costruire un giornalismo a tema, la tentazione mai sopita di dire la propria dando lezioni a tutti. Di questo mi persuadono le interviste successive agli esponenti del movimento. Intanto perchè questo ricorso smodato al mezzo intervista? Al contrario di quanto di potrebbe pensare possono essere lo strumento più docile per propalare facili verità: domanda secche, provocatorie, stupide; nessun rischio di esporre un ragionamento proprio quindi di fatto sottraendosi tanto al lavoro di indagine (ma per cosa li pagano questi redattori), tanto al vaglio critico del lettore. Sono tecniche vecchie e che la televisione conosce bene.
    Parlando di Segio penso che il suo intervento sia in buona fede, eppure lo trovo piuttosto superficiale. La tendenza a sinistra a paludarsi e non svolgere autocritica è il vero segno di continuità tra passato e presente e tra le varie anime della galassia progressista. Non mi sembra però corretto fare leva su questa verità acclarata per dare parvenza di ragionevolezza ad associazioni tutte da dimostrare. Nello specifico se in passato il ‘movimento’ ha dato prova di riflettere poco sui propri errori, questo non significa che per riparare gli si possa oggi attribuire più di quello che gli spetta.
    Giustamente Segio fa notare di non trarre giudizi, nè di voler lanciare accuse: si tratterebbe solo di non negare le circostanze. Eppure proprio il mantenersi sul generico fa’ si che le sue osservazioni autorizzino tutti i peggiori pensieri senza tuttavia dimostrarli. “Vedi? Ti accosto due cose, non dico niente ti faccio vedere l’evidenza (inconfutabile) poi a ognuno di trarre le sue”. Non è questo ciò di cui oggi, nel vuoto generale della dialettica, nella piattezza del dibattito pubblico, c’è bisogno. Infatti il giornalista di Repubblica incalza gli intervistati sul tema della ‘violenza’, chiedendo esplicita abiura. Dovrebbe essere a tutti evidente che quandi si parla di black-block (vetrine fracassate, macchine a fuoco), di disobbedienti (muro a muro con la polizia e trovate sceniche varie), di non violenti (resistenza passiva, sit-in, rappresentazion i di strada) , di brigatisti (omicidi organizzati) stiamo parlando di cose diversissime, con le prime tre comunque su un altro pianeta rispetto all’ultime. E non è difesa di ufficio, è la differenza tra informazione e non, tra ragionamento e congetture.
    Ora, Segio non è responsabile delle strumentalizzaz ioni interessate. Eppure nemmeno lui in realtà resiste alla tentazione di dire la sua: c’è un legame tra ieri e oggi, non è vero che il filo rosso si è spezzato, la sinistra dal secolo scorso si porta sottopelle le vecchie tare e inconfessato resiste nei geni il mito dell’assalto al potere. La peppa! E meno male che si limitava a riconoscere l’evidente senza ricamarci su! Messa in questi termini il logos stesso della discussione si sfoca fino a disperdersi…
    Io penso che evidenza in assenza di un analisi seria (lo so, si dice sempre così) ci muoviamo ancora sul piano delle impressioni. E le mie sono un po’ diverse.
    1) Centri sociali e sindacati di base come luoghi di reclutamento? Mah ricordiamoci che oggi gli spazi di agibilità politica, diffusi, all’interno della società si sono ristretti rispetto al passato. Molte volte i centri sociali e le varie realtà autogestite sono rimaste come isole al ritirarsi della marea. Tant’è che spesso raccolgono meriti superiori all’effettivo valore perchè ormai privi di concorrenti. E’ cresciuto l’associazioni smo, ma i partiti si sono ritirati e spazi non istituzionalizz ati, non settoriali ne sono rimasti davvero pochi. Cose analoghe si potrebbero dire per il sindacalismo di base che però conosco meno.
    2) Non c’è dietro al movimento un alto livello di elaborazione, nè c’è il richiamarsi a modelli di società o di sovvertimento della società codificati, come invece fu nel periodo in cui agirono le BR storiche. La contestazione di oggi si muove sul binario della ricerca di una nuova identità, sul riconoscimento più o meno consapevole che la prospettiva attuale è in realtà datata. Questo vale sia nei confronti del potere (globale) a cui ci si oppone, sia nei confronti delle ricette classiche per contrastare questo potere. Malignamente si potrebbe fotografare gli antiglobal come degli ingenuotti, bambinoni troppo cresciuti. Positivamente come coloro che ammettono di non sapere. La vera novità, spesso rinnegata dagli stessi protagonisti che mettono la testa sotto la sabbia e fanno la macchietta di se stessi, è questa: dopo due secoli di positivismo si contrasta il positivismo. Questo elemento li allontana quindi dal retroterra tipico delle BR, dal sogno della presa di potere con la forza a cui si riferiva Segio.
    3) Casomai vedo un legame tra nuove e vecchie BR, questo si’, nel fatto che i nuovi terroristi non possono che guardarsi alle spalle e trarre la loro ragione di esistere da quella esperienza tragica e forte ma conclusa da tempo, e che a sua volta aveva tratto linfa vitale da situazioni storiche non più riscontrabili nel presente.

    ciao

  2. Se sono d’accordo con Mieli e Rossella sui confini estremamente ambigui e fragili tra brigatisti e estremisti (e tra estremisti e sinistra), penso che questa porosità vada riletta nella chiave dei conflitti attuali. La sinistra non riconosce i suoi figli legittimi o illegittimi e dunque non impara (più ?) niente dalla storia: in questo senso è fondamentalment e arretrata. Come i brigatisti si sono nutriti dello scontro forse isterico con la DC negli anni 70, cosi i terroristi islamici trovano oggi la loro forza nell’antimperia lismo dei no-global. I no-global a loro volta sono come pesci nell’acqua nel conformismo antiamericano – l’ideologia dominante. (http://h998.sp linder.it/)

  3. In questi giorni, la cronaca politica ci pone dinnanzi due eventi differenti tra loro, ma che, nella realtà delle cose sono collegati. Collegati in un nodo che giace nell’inconscio della storia politica del nostro Paese. La presunta rinascita delle brigate rosse e la polemica nata in seno al processo al senatore Giulio Andreotti per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Due simboli che si contrastano nell’inconscio della nostra storia. Il simbolo dello Stato e della sua storia, ed il simbolo della stella a cinque punte, che condusse una generazione alla scelta della lotta armata. Vivono entrambi. Vivono non risolti. Due simboli che dovrebbero essere – ormai – pagine di storia del passato, sono pagine di storia contemporanea. Perche’? E come se non fosse avvenuta una maturazione. Non si rassegnano a divenire passato nella nostra storia politica. Causa ed effetto. Sintomo e male. La storia della democrazia nel nostro Paese e’ il grande nodo. Le brigate rosse e la loro ricerca di soluzioni con il mezzo della lotta armata, la conseguenza del male che il nodo porta in se. Un sentiero illuminato, in una giornata limpida, viene percorso serenamente in quanto il percorso e’ chiaro e sicuro. Nella nebbia, la via e’ gravida di incognite. Nelle incognite il viaggiatore potrebbe perdersi, effettuare scelte sbagliate, perdersi in un sentiero senza futuro. Il senatore Francesco Cossiga ha piu’ volte dichiarato : ” Le brigate rosse avevano ragione in una cosa ipotetica: se davvero Andreotti era un sostenitore della mafia, la Democrazia Cristiana ed i suoi apparati erano all’origine delle stragi di stato, non vi era null’altro da fare che prendere la strada della lotta armata”. Da questa dichiarazione del Senatore Cossiga, vorrei sviluppare il percorso. Oggi, quelle accuse alimentate in quegli anni, sviluppano teoremi giudiziari che trovano nelle aule di giustizia la concretizzazion e di un pensiero che fu generazionale. Il senatore Andreotti e’ stato chiamato a rispondere di collusione con la mafia e dell’ omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Quanto frutto di prove? Quanto alimentato da quel clima culturale? E’ diffuso – ipocrita chi non lo ammette – il pensare che dietro le stragi di stato- che hanno insanguinato il Paese- vi fosse la Democrazia Cristiana, i servizi e quant’altro. Forse non e’ vero? Credo che dovremmo fermarci. O meglio lo Stato – e non solo – dovrebbe farlo. Fermarsi e riflettere. Fermarsi ad analizzare, a comprendere, ad assumersi responsabilità morali e culturali. A fare analisi per sciogliere il nodo. Un nodo che se rimarrà nell’inconscio della nostra società – non risolto – produrrà tra vent’anni ancora scelte folli, un modo errato di pensare la lotta politica. Molti dovrebbero fare ammenda di questo. Lo Stato, la sinistra, le organizzazioni sindacali. Ognuno con le proprie responsabilità. Lo Stato spesso si e’ celato dietro segreti che hanno alimentato quel pensare. La sinistra ed il sindacato negando a se stessi la realtà. Pur senza alcuna responsabilità e coinvolgimento- da parte della sinistra e del sindacato – i militanti delle brigate rosse avevano una storia personale e politica riconducibile alle organizzazioni della sinistra giovanile e sindacale. Si e’ negata la comprensione del problema, si e’ fuggiti dall’analisi del fenomeno, semplicemente disconoscendo i propri figli. Oggi continuano a commettere lo stesso errore e le critiche pervenute all’ analisi effettuta da Sergio Segio nella sua intervista a “La Repubblica” e’ prova di questo. Ora che ci troviamo dinnanzi – nuovamente – ad un fenomeno riconducibile alla lotta armata mi auguro che si ammettano gli errori e si ponga rimedio. Lo Stato, con il dovere di non alimentare con comportamenti ambigui quei teoremi dei quali parla il Senatore Cossiga e che condussero alla scelte errate una generazione e consente al germe di rimanere vivo. La chiarezza su alcuni eventi della storia della nostra Repubblica consentirebbero di poter scrivere pagine di storia rimaste bianche. I partiti della sinistra, il sindacato che commisero un errore di portata storica nascondendo a se stessi quello che non poteva e non doveva essere negato. Oggi, replica il Movimento. Per terminare il nostro ragionare, chi ebbe responsabilità di Governo e chi di opposizione nelle piazze alla guida del mondo del lavoro commise il macro-errore di non analizzare – facendo anche autocritica- un fenomeno che non doveva essere solamente represso, ma risolto nel suo profondo. Comprendendo i perche’. Chi fece quelle scelte doveva e ha pagato il suo debito. Ma vi furono responsabiltà morali gravissime in coloro che condussero una generazione verso scelte che segnarono la loro vita per sempre. Oggi il problema – purtroppo – si ripropone. In differente misura ma con le stesse note. Ritengo che gli uomini di governo di ieri e di oggi , il sindacato, la sinistra , coloro che militarono nelle brigate rosse, il mondo della cultura, tutti, insieme, debbano contribuire alla definitiva risoluzione degli anni di piombo,di quel piombo che avvelena il loro animo, di quel piombo che ha spezzato vite innocenti, alimentato dal sonno della ragione. Ognuno con il proprio contributo. Ognuno con le proprie responsabilità. Sciogliere quel nodo consentira’ nuova chiarezza. In questa occasione il male e’ stato tempestivamente individuato. Che non si commetta nuovamente l’errore – da parte dei differenti apparati dell’organismo – di reprimerlo senza volerne comprenderne l’origine, la vera natura che e’ dentro se stesso, ancora non risolta. Una attenta analisi della nostra storia da parte di tutti. Eliminare le ombre, rendere limpida la storia della nostra democrazia. Liberarci di quel nodo consentirà di alimentare forza per il nostro futuro. Nuova linfa, che faccia comprendere , che il dialogo nella lotta politica e’ l’unico strumento possibile. Per sempre.

    Ciao Mauro Cherubino- http://macherub ino.splinder.it/

  4. quello presentato da Sofri è un problema che non riguarda solo il mondo del cinema, ma quello dell’arte in genere. La mia considerazione è la seguente: non è fondamentale il tema in sé (se vecchio come il mare o meno), bensì i mezzi, il modo in cui l’artista di turno lo racconta, lo dipinge lo descrive. la domanda secondo me che bisognerebbe porsi è: Virzì ha aggiunto qualcosa alla sua “macchietta”, alla nostra macchietta, a quello che di roma noi conosciamo? ci ha fornito una nuova lettura? ha dato altri spunti?…..
    (francy)

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