Premetto che io

Il Foglio ha da qualche tempo inaugurato una rubrica Polemiche (una rubrica?, direte voi), che compare sovente in prima pagina, a destra, con titolino rosso. Qualcosa suggerisce che sia scritta dal direttore, ma non so se sia sempre così.

Comunque, sabato c’era l’abbozzo di una questione piuttosto invadente ma di cui non ci fermiamo mai a discutere. Si parlava di un articolo di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica in cui l’autore criticava le reazioni del movimento all’intervista a Sergio Segio, ma ci teneva anche a condannare le strumentalizzazioni che ne erano state tratta da destra, da chi quell’intervista aveva lodato. Io, avevo fatto una valutazione simile a quella di D’Avanzo, peraltro. Scriveva quindi il Foglio:

"Invece Giuseppe D’Avanzo, che arriva buon ultimo a legittimare la contiguità sociale e politica delle nuove bierre e di alcuni settori dei nuovi movimenti (e anche di quelli vecchi e vecchissimi) deve premettere che gli fanno schifo gli argomenti analoghi della destra, e concludere che tutte quelle belle cose le scrive per meglio combattere la destra. Si chiama coda di paglia. E’ una volgarissima clausola di appartenenza che disonora e imbruttisce qualunque argomentazione."

Questo passaggio non mi piace per due motivi: uno, che non credo si tratti di coda di paglia, e comunque non lo trovo importante. Se uno scrive che è d’accordo con Segio ha tutto il diritto – e anzi fa bene – di prendere le distanze da chi si dice anche lui d’accordo con Segio ma con ragioni e forzature che non sono le stesse, e giudicate non limpide. E ne ha il dovere, per chiarezza delle sue, di ragioni. Per i tempi che corrono. Due, che non so se il Foglio sia senza peccato quando si tratta di atteggiamenti del genere.

Quindi non mi piace la critica esplicita nel pezzo. Ma che la questione sia stata sollevata, mi piace parecchio. Che qualcuno abbia sottolineato come in quasi ogni discussione oggi sia necessario spiegare con chi si sta e con chi non si sta, e che questo sia un problema, mi piace. Mi piace che si sollevi il problema per cui siamo abituati a valutare le cose per chi le dice e per chi le usa, piuttosto che per quello che sono. E che questa brutta abitudine sia ormai irrinunciabile. Perché si morde la coda: è figlia della tendenza diffusa a cercare di individuare in chi parla "dove va a parare". O "da che parte sta".

Per fare un esempio piccolo e personale, l’altra sera mi hanno invitato gentilmente a Ottoemmezzo a parlare delle critiche di Nando Dalla Chiesa nei confronti di Tony Renis direttore di Sanremo. Malgrado io ritenga la battaglia di dalla Chiesa del tutto fuori luogo, il suo ragionamento era piuttosto sensato e ragionevole, ma è stato criticato con argomenti secondo me sbagliati dai conduttori, in apertura. Quindi ho ritenuto di dire la mia a favore di quel particolare punto del suo ragionare: bene, ho dovuto cominciare dicendo "benché non sia d’accordo con Dalla Chiesa eccetera". Perché lo so come va. Lo so come siamo, davanti al televisore. Vogliamo sapere da che parte sta, quello. E appena lui apre bocca e dice che è d’accordo con Dalla Chiesa concludiamo che è contro Tony Renis direttore di Sanremo. Fine dell’esempio.

Ma è sempre così. per me l’anno scorso è stato tutto così, a Ottoemmezzo. Dire cose e fare domande cercando di attenuarle in modo che non portassero a improvvisate conclusioni su "da che parte stavo". Spesso non stavo da nessuna parte, peraltro: chiedevo. Ma dai messaggi e dai discorsi fuori trasmissione capivo che c’era un 40% di gente a cui piacevo se dicevo di cose allineate con il pensiero del Governo (pensiero è una parola forte), un 40% a cui piacevo se dicevo cose allineate con il pensiero dell’Opposizione (fortina), un 10% a cui stavo sulle palle comunque, e un 10% che giudicava a seconda del merito delle questioni.

Credo che ormai non ci sia più niente da fare. La seconda cosa più importante è spiegare il proprio pensiero: la prima è non darla vinta all’avversario, o a chi se ne approfitta, per quanto riguarda me. "Premetto che io" è il nostro motto.

Premetto che ioultima modifica: 2003-11-03T00:17:14+01:00da luca.sofri
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3 pensieri su “Premetto che io

  1. Se hai sette secondi per dire che ne pensi su qualcosa, devi necessariamente concentrare tutto in poco, e la spiegazione risulta una presa di posizione, e poi se davanti hai gente intelligente saltano subito a conclusioni affrettate, è questa società orgasmatica che impone tutto ciò. la cura è viagra per tutti, così a cazzo duro, perenne, uno può avere più orgasmi e concederti più tempo. è una cura non una soluzione. andrea

  2. A proposito della tua apparizione ad Otto e mezzo.
    Mia madre, sedutasi davanti al televisore, dopo essersi fatta brevemente ragguagliare sull’oggetto del contendere, vede inquadrato Luca Sofri e dice: “Io questo non ho ancora capito da che parte sta.”
    Prendilo come un complimento.

  3. ot ma, forse, non troppo. Sono un vecchio lettore de “il foglio” e mi pare che negli ultimi mesi, più o meno a partire da quest’estate, quel giornale stia mostrando più di un segno di stanchezza. Forse, la tensione accumulata in tutto quel tempo in cui si sono dovute sostenere senza cedimenti le ragioni della legittimità e dell’opportuni tà dell’intervent o americano in iraq ha sfiancato non poco direttore e redattori. Che a partire dall’estate, a parer mio, hanno un po’ iniziato a sbracare. Fatto sta che le ultime grandi battaglie di ferrara, sui mandanti linguistici e soprattutto su b*r-movimenti, mi hanno stancato quasi subito e appassionato quasi niente, soprattutto nel loro grigio protrarsi forse oltre il consentito. Mi sono sembrate prese di posizione meccaniche e prevedibili, ideologiche, prive di quello scatto spiazzante che ha sempre caratterizzato le migliori zampate del direttore. Ecco, un ferrara e un foglio “repubblicizza ti” sono la cosa di cui meno si sente il bisogno e forse un po’ del disagio di cui parla sofri è dovuto anche a questo. andrea

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