In galera!

Ho lasciato passare un paio di giorni, prima di parlare ancora di galera, perché capisco che sia un argomento seccante, un po’ sgradevole, soprattutto durante le vacanze. E mi rendo conto che si tratti di una cosa che riguarda me e la mia famiglia, e non sia giusto coinvolgere le persone che hanno altri pensieri nei nostri piccoli interessi personali. In fondo anche Martin Luther King, con tutta quella storia dei negri, aveva chiaramente un interesse personale. Per non parlare di Gandhi con l’India.

Ma siccome ci sono alcuni pazzi in giro che pensano che l’esperienza personale accresca la competenza, invece di ridurla, e che scriteriatamente ascoltano volentieri le cose su cui non hanno normalmente occasione di riflettere, spiegherò ancora alcune cose. Mi scusino gli altri illuminati.

Il carcere è una forma di tortura, né più né meno. In parte lo è per sua natura, in parte lo è per le forme delkla sua applicazione nel mondo di oggi. Questa tortura – come le altre torture – può essere resa plausibile in casi eccezionali, ma davvero eccezionali. Sono quei casi in cui la reclusione si configuri come l’unico mezzo per limitare un pericolo per la comunità (io non “auguro” il carcere a Riina: io penso che il carcere per Riina sia il rimedio estremo e doloroso per evitare che ci sia un pericolo per la comunità). In carcere dovrebbero stare solo le persone che lasciate libere siano un pericolo per gli altri. Si tratta, a occhio e croce, di circa un decimo – o meno – di coloro che stanno in carcere in Italia, per esempio. E anche per loro il carcere dovrebbe essere solo una impossibilità di nuocere, non una tortura. Non una cosa disumana.

Oggi la stragrande maggioranza delle persone sta in carcere con altre ragioni, o scuse. La ragione del desiderio punitivo e vendicativo delle persone. Desiderio comprensibile e umano – più nelle vittime che negli sferruzzatori – ma non legittimabile da parte delle istituzioni. È un desiderio la cui soddisfazione è inutile, controproducente e costosa per la società. Poi c’è la ragione della rieducazione: ragione valida per una parte soltanto dei detenuti, e in ogni caso non corrisposta in alcun modo da parte del carcere così com’è. Anzi, il carcere diseduca, peggiora e rende più pericolose le persone che ospita. Il passaggio in carcere di un detenuto è per la società un maggiore pericolo in termini di sicurezza oltre che un grosso costo in tremini economici. Per non parlare del danno causato al detenuto stesso e alla sua vita da uomo libero. Infine, c’è la ragione della rimozione dei problemi: il carcere è usato (in modo fallimentare) per rimuovere il problema della droga, il problema dell’immigrazione, il problema della povertà, eccetera.

Per la stragrande maggioranza dei detenuti, quelli non pericolosi (a meno di non ritenere pericoloso uno che ha rubato un autoradio, ma allora si dovrebbe tenerlo dentro sempre: quando esce sarà ugualmente pericoloso), c’è una sola ragione valida per il carcere: la deterrenza. Una forma di deterrenza va creata, per non affidare del tutto alla morale individuale il rispetto delle regole (magari si potesse). Il carcere com’è oggi svolge un potere deterrente scarsissimo, e in cambio di costi – come ho spiegato – imparagonabili. Nessuno ha la soluzione in mano (in fondo si tratta del problema non da poco di come una società affronti il male al suo interno), ma bisognerebbe cominciare a pensare a migliorare il carcere per quelli per cui è ineludibile, e trovare soluzioni più proficue e civili per gli altri. In fondo la corrispondenza tra pena e reclusione è un’abitudine mentale non innata: a un certo punto è stata inventata, e da allora ne siamo pigramente prigionieri. Prigioni.

In galera!ultima modifica: 2004-07-27T18:22:24+02:00da luca.sofri
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15 pensieri su “In galera!

  1. un amico avvocato mi suggerisce che tanta giurisprudenza si fonda sull’esemplari età della pena.
    Cioè: è una pena bastarda, non rieduca, non toglie pericolo alla comunità.
    Però dissuade gli altri dal compiere quel reato.
    Non è una bella cosa ma…

  2. Grazie per aver limitato l’acidità del tuo post ai soli primi due paragrafi. (Sono sempre io, il molto idiota, il reprobo dalla battutaccia facile). Okkey, il carcere è disumano e va migliorato. Ma c’è una cosa che sfugge un po’ dal tuo ragionamento: in genere (IN GENERE, ti prego, non leggere nulla di personale) mi aspetterei, in uno stato di diritto, che una associazione alle patrie galere sia commisurata dopo una sentenza definitiva di condanna; e se la giustizia fosse perfetta, la condanna sarebbe la sanzione di un crimine o delitto. Da cui, il carcere è la conseguenza che il diritto pubblico, in modo coercitivo, associa a chi ha compiuto gravi danni contro noi tutti (a scopo dissuasivo, precauzionale o rieducativo). A me, incontrare Franco Bonisoli per la strada (se non ricordo male, le sue condanne si assestano ad otto ergastoli e centoventi anni di carcere, notiamo anche, en passant, che non è un pentito ma un semplice dissociato) e sentirmelo anche lamentevole perché è almeno fino al 2015 dovrà dormire in carcere (di giorno ha la semilibertà) mi ha fatto un po’ schifo (e gliel’ho detto). Non perché sia si sinistra o un brigatista, semplicemente perché quello che ha fatto è grave e ci vuole la galera. Paragonarmelo a Martin Luther King o Gandhi può essere un po’ ardito.
    Scusami, o mio illuminato amico. Io resto della opinione che fino alla sentenza definitiva la franzoni possa stare fuori dal carcere. Ma che se la cassazione confermerà un giudizio d’appello di colpevolezza, debba andare in carcere, perché quello che ha fatto è orrendo, anche se non sarebbe un pericolo per la comintà.
    A ciascuno le sue opinioni,
    Davide
    PS Questo commento, molto idiota, non credo meriti la pubblicazione. Fai tu.

  3. Credo che niente rassicuri di più di sapere che coloro ritenuti colpevoli di qualche delitto siano detenuti in carcere. Vangeance, vangeance!!
    Eliminazione dell’uomo e rimozione del problema. Si riesce a liberare la coscienza dal delitto soltanto quando sappiamo che qualcuno per quel delitto è detenuto e sta scontando la punizione.Ho sentito spesso augurare le più atroci sevizie sessuali, in nome di un codice di comportamento carcerario, a coloro colpevoli di reati sessuali.
    Ho sentito augurare la forca per coloro colpevoli di stragi o di omicidi su minori. Si ha il bisogno di soddisfare il desiderio di vendetta e la sanzione sociale tanto più è severa tanto più è “giusta”.
    E’ Il motivo perché in molti vogliono Annamaria Franzoni in carcere; essi lo vogliono per potersi liberare dall’orrore di un crimine così efferato, per poter spegnere la lampada del comodino rassicurati che la propria comunità ha posto rimedio all’eccezione e l’ha “eliminata”.
    Non credi?

  4. L’argomento mi colpisce particolarmente in questi giorni:
    sono, a tempo perso, allenatore di una squadra giovanile; uno dei miei ragazzi ha commesso qualche giorno fa un atto atroce. Lasciamo stare tutte le attenuanti che io sono disposto a concedergli, (lo conosco e sono pronto a giurare che nei confronti miei o dei compagni di squadra non ha mai avuto alcun atteggiamento deviante, nonostante gli avvertimenti degli insegnanti) ma che non giustificano in alcun modo il gesto: infanzia e adolescenza terribili, la provocazione della vittima, ecc..
    La mia domanda è questa: ha senso che un ragazzino di diciassette anni entri in carcere, seppur minorile?
    Ci fosse anche solo una possibilità su un miliardo di recuperarlo ad una socializzazione normale, questa possibilità si trova in un carcere?
    Da qui non si esce, il carcere ha solo due valenze: l’effetto deterrente e l’effetto purgativo della coscienza di coloro che stanno fuori.

    Concordo in pieno con l’ultimo paragrafo di Luca, occorre ripensare il sistema. Ma non è politicamente pagante dedicarcisi, nemmeno per una sinistra. Paradossalmente solo un sovrano illuminato potrebbe farlo, perché non avrebbe l’ansia di farsi rieleggere.

  5. Punti di vista. Secondo me in carcere ci sta un decimo degli individui che ci dovrebbe stare. Quando un tizio con patente ritirata, recidivo n volte, ti travolge ubriaco una persona cara (esempio non strettamente personale, ma che conosco) e rimane fuori, forse vedresti anche tu, in parte, le cose in questo modo. Compresi gli auguri di carcerazione. Poi, in linea di massima, dici cose anche belle e che in parte condivido.
    Quanto alla corrispondenza fra pena e reclusione, l’unica alternativa è bussare a soldi. Ma per chi non ne ha è inutile e per chi ne ha non deterre. Il legno storto dell’umanità, Luca, per essere raddrizzato richiede o interventi educativi molto tempestivi (dal feto all’adolescenz a) o , dopo, deterrenza.
    Spero che il tuo, come direbbe Stanlio a Ollio non sia un addio, ma un arivedorci.

  6. ALTRO CHE SPEGNERE LA SPERANZA

    Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
    Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
    Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
    Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
    Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
    Perfino a chi disconosce la funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi professionali, il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
    In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale. E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
    Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
    Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.

  7. A QUALE SCOPO UNA PENA DISTRUTTIVA E IMMUTABILE?

    Come è possibile proporre di abrogare la legge Gozzini, una normativa che negli anni ha consentito di migliorare le persone in carcere, di fare davvero promozione umana, una prevenzione non fondata sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno?
    Perché è vero: la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa.
    Conosco il sentire comune del “chi sbaglia paga” e la difficoltà a coniugare una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima di un reato, con una possibilità concreta di riscatto e riparazione in chi ha offeso l’altro.
    Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile, che non consente di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.
    Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni?
    E quanto essere perdonati?
    Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte nel passato, non per un sottile gioco delle maschere, ma perché le azioni del cuore, se non condivise, non consentono di essere scelte.
    Allora ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché l’uomo chieda perdono non con le parole, nè con la pietistica abbinata alle più alte autorappresentazioni, bensì nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.
    Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.
    Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.
    Penso che una vendetta che ripara teatralmente non produca nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.
    Accontentarsi di chiedere maggiore severità nelle pene da espiare, induce la persona detenuta a convincersi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto.
    Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.
    Cancellare la Riforma Penitenziaria o legge Gozzini?
    A ognuno di noi spetta il compito di diventare un entronauta, un viaggiatore contempl-attivo, persino in carcere, in una pena finalmente accettata e vivibile.

  8. L’URLO ORA S’E’ DISPERSO
    A 14 anni non si pensa al carcere, ti ci trovi “dentro” improvvisamente e ne sei respirato e concluso. Sì, ti ci trovi dentro ed é davvero troppo tardi. L’età più bella improvvisamente devastata nell’incontro affascinante e frontale con il mito della trasgressione.
    Io me lo ricordo bene, ero impegnatissimo a fare vedere alle Autorià di essere un duro, e quando mi stavano portando nel “mio” primo carcere dei minorenni ho pensato ” ecco sto per iniziare finalmente”.
    E’ tutto accaduto in una vita precedente? No, é stato ieri.
    Quando vago con la mente tra questi fotogrammi impolverati e ingialliti dal tempo, rivedo la mia immagine scomposta e inquieta, mentre i pensieri mi cadono addosso e raccoglierne i cocci è un’ardua impresa.
    Gli anni sono trascorsi, uno dopo l’altro, passo dopo passo, uno scarpone chiodato dopo l’altro, fino a giungere a ‘quell’urlo” che ha squarciato la notte.
    Qull’urlo che ho tenuto compresso in me, sorvegliato a vista dalla mia incredulità, contenuto nei miei tormenti, divenuto un dono prezioso da custodire.
    Svegliarmi nel buio, nel mezzo di una tempesta silenziosa, e due occhi bellissimi scrutarmi, scuotermi. Due occhi lucidi e profondi come l’anima che traspare al di là della coscienza, della ragione che indaga e accusa. Con le mani fredde ed il cuore in gola, il respiro che non esce, il dolore nei polmoni salire alla gola e fare fatica a respirare.
    Affannosa ricerca di boccate d’aria mute, imprigionate, incatenate in attimi intensi di vuoto e di pieno, di vita sospesa.
    Due occhi come lune inchiodate, un volto che non conosco, ma che sento tutt’intorno.
    Due occhi che piangono, rimangono aperti e si distendono verso di me.
    Nel silenzio di pietra della cella, I’urlo fuoriesce e taglia di netto il sentiero praticato a occhi bendati, sgretola le abitudini consolidate, i sussurri che impongono i piedistalli e le parole a paravento che non stanno scritte da nessuna parte.
    L’urlo esce, assorda, mi discosta e cancella la mia cella, le altre celle, i muri e gli steccati.
    L’urlo si espande, rimbalza, si piega, prosegue e non smette la sua corsa, neppure quando sono caduto in ginocchio, spossato, svuotato di me stesso.
    Quegli occhi sono sempre lì, velati di pianto, addolciti da un sorriso leggero, come a voler ridurre la distanza siderale che mi separa da questo reale intorno.
    Occhi grandi, lucenti, lacrime che parlano di una tristezza felice, di una gioia che non conosco e invece vorrei avvicinare, occhi che rimangono a osservare la mia sorpresa, la mia fragilità.
    Occhi bellissimi vestiti di speranza, sguardi che consentono di ricostruire e ritrovare l’uomo, sebbene nella fallibilità umana.
    Quella notte sono rimasto in ginocchio tanto tempo, in una sorta di terra di nessuno, sbattendo il viso contro una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche, costretto fors’anche dalla mia ostinazione a vivere del mio, in una tragedia che non ha fine, con un passato che assomiglia ad una sera senza luce dove non si può leggere, solo ricordare.
    L’urlo ora s’é disperso, quegli occhi tanto amati sono svaniti.
    I giorni, e gli anni si inseguono testardi, mi adagio sul futuro che per me é già oggi, in un presente contenuto nel passato, poiché ogni volta che si progetta qualcosa si modifica e si rilegge il proprio passato con occhi e sguardi nuovi.

  9. L’URLO ORA S’E’ DISPERSO
    A 14 anni non si pensa al carcere, ti ci trovi “dentro” improvvisamente e ne sei respirato e concluso. Sì, ti ci trovi dentro ed é davvero troppo tardi. L’età più bella improvvisamente devastata nell’incontro affascinante e frontale con il mito della trasgressione.
    Io me lo ricordo bene, ero impegnatissimo a fare vedere alle Autorià di essere un duro, e quando mi stavano portando nel “mio” primo carcere dei minorenni ho pensato ” ecco sto per iniziare finalmente”.
    E’ tutto accaduto in una vita precedente? No, é stato ieri.
    Quando vago con la mente tra questi fotogrammi impolverati e ingialliti dal tempo, rivedo la mia immagine scomposta e inquieta, mentre i pensieri mi cadono addosso e raccoglierne i cocci è un’ardua impresa.
    Gli anni sono trascorsi, uno dopo l’altro, passo dopo passo, uno scarpone chiodato dopo l’altro, fino a giungere a ‘quell’urlo” che ha squarciato la notte.
    Qull’urlo che ho tenuto compresso in me, sorvegliato a vista dalla mia incredulità, contenuto nei miei tormenti, divenuto un dono prezioso da custodire.
    Svegliarmi nel buio, nel mezzo di una tempesta silenziosa, e due occhi bellissimi scrutarmi, scuotermi. Due occhi lucidi e profondi come l’anima che traspare al di là della coscienza, della ragione che indaga e accusa. Con le mani fredde ed il cuore in gola, il respiro che non esce, il dolore nei polmoni salire alla gola e fare fatica a respirare.
    Affannosa ricerca di boccate d’aria mute, imprigionate, incatenate in attimi intensi di vuoto e di pieno, di vita sospesa.
    Due occhi come lune inchiodate, un volto che non conosco, ma che sento tutt’intorno.
    Due occhi che piangono, rimangono aperti e si distendono verso di me.
    Nel silenzio di pietra della cella, I’urlo fuoriesce e taglia di netto il sentiero praticato a occhi bendati, sgretola le abitudini consolidate, i sussurri che impongono i piedistalli e le parole a paravento che non stanno scritte da nessuna parte.
    L’urlo esce, assorda, mi discosta e cancella la mia cella, le altre celle, i muri e gli steccati.
    L’urlo si espande, rimbalza, si piega, prosegue e non smette la sua corsa, neppure quando sono caduto in ginocchio, spossato, svuotato di me stesso.
    Quegli occhi sono sempre lì, velati di pianto, addolciti da un sorriso leggero, come a voler ridurre la distanza siderale che mi separa da questo reale intorno.
    Occhi grandi, lucenti, lacrime che parlano di una tristezza felice, di una gioia che non conosco e invece vorrei avvicinare, occhi che rimangono a osservare la mia sorpresa, la mia fragilità.
    Occhi bellissimi vestiti di speranza, sguardi che consentono di ricostruire e ritrovare l’uomo, sebbene nella fallibilità umana.
    Quella notte sono rimasto in ginocchio tanto tempo, in una sorta di terra di nessuno, sbattendo il viso contro una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche, costretto fors’anche dalla mia ostinazione a vivere del mio, in una tragedia che non ha fine, con un passato che assomiglia ad una sera senza luce dove non si può leggere, solo ricordare.
    L’urlo ora s’é disperso, quegli occhi tanto amati sono svaniti.
    I giorni, e gli anni si inseguono testardi, mi adagio sul futuro che per me é già oggi, in un presente contenuto nel passato, poiché ogni volta che si progetta qualcosa si modifica e si rilegge il proprio passato con occhi e sguardi nuovi.

  10. Questo articolo è stato scritto da Piersandro Vanzan (Padre Gesuita redattore di La Civiltà Cattolica, nonché grande amico della Comunità Casa del Giovane di Pavia) e Vincenzo Andraous (detenuto, scrittore, tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia).

    “Recupero o distruzione? Clemenza come rieducazione? Chi sbaglia paga. Ma la pena deve essere redentiva, e non infliggere la morte civile!”
    Da oltre quattro anni, periodicamente vado a Pavia, per i controlli nel reparto del famoso cardiochirurgo prof. Mario Viganò, e durante questi day hospital risiedo presso la Casa del Giovane (CdG): altra gloria di Pavia, fondata oltre 30 anni fa da don Enzo Boschetti. E così, il 14 novembre 2002, ebbi la ventura di seguire in televisione la storica visita del Papa al Parlamento italiano con l’amico Vincenzo Andraous: ergastolano che, dalla mattina alla sera, lavora nel Centro Stampa della CdG e fa da tutor a una squadra di ragazzi che, in quella Comunità, stanno recuperandosi. E ai quali lui, che ha tanto deviato – ma che è riuscito a uscirne “vincitore”: perciò i ragazzi lo chiamano “Vince” -, insegna che devono lottare, andare controcorrente, se vogliono riprendere in mano la propria vita. Come ha fatto lui, appunto, che lavora in mezzo a loro per insegnare questo.
    Dal messaggio pontificio stralcio qui il toccante appello perché sia usata clemenza verso il popolo detenuto. Ho guardato Vincenzo, che ascoltava in silenzio quelle parole, visibilmente attraversato da una forte emozione, non dovuta però al tradurre “clemenza” in riduzione di pena. Vince infatti lo ha detto tante volte, e lo ha scritto anche nell’ultimo suo libro, composto sera dopo sera, quando rientra in carcere dal lavoro in CdG (Vincenzo Andraous, Un viaggio. Devianza minorile, carcere, comunità, Edizioni CdG, Pavia 2002): chi sbaglia paga, ma la pena dev’essere redentiva, e non infliggerti la morte civile. Per Vince, quindi, le parole del Papa avevano un significato molto particolare, che mi sfuggiva e gli ho chiesto di spiegarmelo.
    Vanzan: A cosa hai pensato sentendo Giovanni Paolo II invocare clemenza?
    Vince: Ho pensato che il Papa non indulge a comode scorciatoie, ai perdonismi che offrono uscite di emergenza ai soliti furbi. No, ben altra è la clemenza intesa dal Papa, secondo me: perché coniuga verità e giustizia con umanità e redenzione. In breve, quella del Papa non è una clemenza a buon mercato, bensì una grazia a caro prezzo. E questo “caro prezzo” riguarda tutti: istituzioni, operatori penitenziari, volontari e carcerati.
    Vanzan: Spiegati meglio.
    Vince: Per cominciare, nell’appello del Papa non c’è polemica verso un carcere ormai ridotto a un mero contenitore di numeri, che imprigiona e abbruttisce, negando al detenuto la redenzione. Di rieducazione, infatti, c’è traccia solamente in qualche operatore, peraltro avvilito e in sottonumero. Né, tanto meno, il Papa disattende le vittime del reato: i feriti e gli offesi da quei crimini. Ma il detenuto è tuttavia una “persona”, che sconta la giusta pena ma che, se aiutato convenientemente, potrebbe riparare. Rieducare e reinserire non dovrebbero essere soltanto termini astratti o, peggio, che sottolineano l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario rispetto al dettato costituzionale. Perciò, nella clemenza invocata dal Papa io ho sentito come un grido: quello di aiutare i detenuti a recuperarsi, per reinserire nella società uomini nuovi, rinnovati.
    Vanzan: Ma come? Salvo lodevoli eccezioni, la maggioranza rimane al palo, con la sola aspettativa di scontare in fretta la propria condanna, e ciò senza alcuna consapevolezza del presente, senza vista prospettica, senza figura del futuro, in una parola: senza speranza. Che fare per cambiare questa situazione?
    Vince: Ecco il punto, sotteso all’invocata clemenza del Papa: realizzare un sistema carcerario nuovo. In quello attuale, dov’è vietato persino sentirsi utili, responsabili, avere delle prospettive, al recluso manca persino il senso di questa arbitraria privazione. E anche fuori, l’opinione pubblica ritiene che bloccare un detenuto nell’inazione alienante sia la fatica minore. Ma questo agire è fatale, perché quel detenuto non è in una situazione di attesa, dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare bensì, non attendendo alcun domani, egli è fermo a un passato riprodotto a tal punto, che tutto “rincula” a ieri, come se fosse possibile vivere senza futuro, come se delirare fosse identico a sperare. Rieducare ha costi elevati, lo so, comporta fatica e inciampi, ma è la sola via maestra che evita il proliferare della criminalità.
    Vanzan: Insomma, nella clemenza invocata dal Papa tu hai colto l’urgenza di offrire ai detenuti una prospettiva, la spinta a collocarli in una qualche prospettiva futura. Ossia, far sì che il tempo della pena favorisca una “storia nuova” in ciascun detenuto, rompendo con gli errori del passato e impostando un nuovo progetto di vita. È questa, secondo te, la clemenza richiesta dal Papa verso i carcerati? Ma non è utopica?
    Vince: Sì, perché si tratta di una clemenza ardua, che esige lo sforzo di far loro vedere che la pena ha un termine e che poi ricomincia il viaggio. Ma come lo vuoi ricominciare? Riprendendo a deviare? Ecco l’anima, il nucleo della “rieducazione”, la forma pratica e costruttiva del vero “recupero”. Del resto, per l’art. 27 della nostra Costituzione è “redentiva” soltanto quella pena che toglie, sì, la libertà, ma per aiutare la persona a riprendersi: proprio fornendole capacità e strumenti per non tornare a delinquere. E quell’applauso scrosciante del Parlamento forse ha sottolineato l’evento tanto atteso: ossia che, finalmente, s’è intravista la prospettiva nuova, richiesta da un simile atto di clemenza. Nessuno sconto al delitto, ma la preghiera a recuperare la dignità anche in chi ha recato l’offesa. Una dignità recuperata attraverso l’offerta di mezzi e strumenti per tentare una riconciliazione con se stessi e con gli altri, mediante la ricomposizione di tante fratture: non ultima quella di un art. 27 della nostra Costituzione, che attualmente rimane un segno incerto, ma può diventare una realtà grande.
    Vanzan: Insomma, secondo te, possiamo affermare che il Pontefice abbia tracciato la condotta etico-costituzionale per trasformare la speranza in pazienza del possibile? E che ai presenti in Montecitorio abbia offerto le chiavi di accesso per formulare un patto sociale di responsabilità operativa delle coscienze?
    Vince: Senz’altro! Ma ora dobbiamo tenere vive tali provvidenziali indicazioni di Giovanni Paolo II. Perché ogni riforma, anche quella carceraria, richiede non solo il coraggio di pensare in grande e di sperimentare vie nuove, ma anche un impegno costante nel realizzare questa sorta di utopia. Sappiamo bene, infatti, è più facile non guardare a quel che succede nei meandri di un penitenziario e ancora più comodo non accollarsi troppi grattacapi per chi ha sbagliato e paga giustamente il fio. Tranne poi scandalizzarsi quando molti di questi soggetti, una volta ritornati in libertà, tornano a commettere gli identici reati, creando nuova insicurezza. E allora si auspica inasprimento delle pene, carcere duro e quant’altro, con l’unico risultato di nascondere la verità: quella che fa male, perché indica la nostra corresponsabilità. Almeno quella di un silenzio connivente, di fronte ai guasti dell’attuale sistema penitenziario, che moltiplica vittime e carnefici.
    Vanzan: Concretamente, proprio sviluppando le indicazioni del Papa, cosa vedi sia urgente fare, per non lasciar cadere quelle provvidenziali suggestioni?
    Vince: Fondamentalmente, si tratta di “coscientizzare” un po’ tutti sulle anomalie presenti nel carcere e supinamente accettate dai più. Domandiamoci: per quale misterioso imperativo categorico la prigione deve rimanere uno spazio isolato, disgregato e annichilente a tal punto che nessuno deve interessarsene? Perché chi entra in una prigione deve uscirne svuotato di sé e privato d’ogni speranza? Come trasformare il presente carcerario, ricercando un dialogo possibile, che edifichi un minimo di approdi sicuri? Insomma, se vogliamo che la criminalità diminuisca, bisogna riflettere tutti insieme sul che fare per ridurre l’attuale scompenso tra punizione e ricupero, attuando una collaborazione partecipata e attiva. Memori che il delitto è anche una malattia sociale e, come tale, necessita più di un risanamento che di un’accentuata punizione.

    Ringrazio Giovanni Paolo II per averci costretti a ritornare su questi temi, che pigrizia o malafede vorrebbe accantonare.

  11. Il carcere, quando non comminato agli assassini, ai criminali, ai truffatori della comunità, è solo un modo per nascondere agli occhi della società le storture di alcuni suoi individui.
    Il problema quindi rimane volutamente irrisolto, ma solo perché siamo troppi, e nella confusione del momento, l’importante è che qualcuno paghi.
    Non si ha la pazienza di vedere chi è effettivamente il tuo vicino, di analizzare e scandagliare dati ed avvenimenti, ricostruire le trame sottili che aleggiano nelle stanze del potere.
    Pervasa da individualismo di classe, la società fa pagare i più deboli, che non sono solo i più poveri, ma anche e soprattutto i più ingenui.
    conosci te stesso, ma soprattutto conosci il tuo vicino.

  12. Punti di vista. Secondo me in carcere ci sta un decimo degli individui che ci dovrebbe stare. Quando un tizio con patente ritirata, recidivo n volte, ti travolge ubriaco una persona cara (esempio non strettamente personale, ma che conosco) e rimane fuori, forse vedresti anche tu, in parte, le cose in questo modo. Compresi gli auguri di carcerazione. Poi, in linea di massima, dici cose anche belle e che in parte condivido.
    Quanto alla corrispondenza fra pena e reclusione, l’unica alternativa è bussare a soldi. Ma per chi non ne ha è inutile e per chi ne ha non deterre

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